| La scelta di progettare un centro diurno dopo anni di lavoro con la residenzialità nasce dalla riflessione attenta sul singolo e sulla sua storia, infatti spesso ci siamo resi conto che i tempi della Struttura e l’organizzazione possono non corrispondere alle esigenze del minore, rischiando di andare incontro ad un fallimento. Siamo inoltre convinti dell’aspetto di resilienza della famiglia, ovvero delle loro capacità di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. Proprio per questo in alcune situazioni estrapolare il minore dal proprio contesto familiare, laddove ci sono delle risorse significa accettare la “delega” alla Struttura sulle sue funzioni di crescita, delega data probabilmente dalla paura e dal senso di inadeguatezza che la situazione porta con se, non utilizzandone gli aspetti di forza di cui essa può essere invece portatrice e rendendo poi ancor più complesso il ritorno a casa.
Residenzialità è anche allontanamento dal contesto e a volte, laddove c’è un’ecomappa funzionante, equivale a togliersi e a togliere al minore il potere di riattivare e riappropriarsi in tempi più limitati delle proprie risorse e delle risorse circostanti (reinserimento scolastico). Il fattore tempo è infatti uno degli aspetti importanti nella presa in carico dell’adolescente. Per questo il centro diurno è inteso come un ambiente che offre al tempo stesso un contenitore e un contenuto adeguati all’universo degli adolescenti, al sistema di relazioni (e di non relazioni) eretto nel corso della “catastrofe” che essi hanno subito.
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Il centro diurno ha l’obiettivo primario di accogliere minori a grave rischio psicopatologico e/o con disturbi già conclamati. La necessità dunque è quella di far sperimentare uno spazio intermedio, data dalla caratterista stessa del centro (semi-residenzialità), quello spazio intermedio tra fuori e dentro, quindi tra lo spazio del contesto famigliare e lo spazio possibile attraverso il “fare” l’attivazione di una funzione di mediazione, strutturando nel contempo una funzione della struttura, in un ottica di interscambio costante e di aiuto reciproco sempre finalizzato al benessere del minore.
Per questo motivo fondamentale è il lavoro con le famiglie che saranno partecipanti attivi del progetto creato ad hoc sul ragazzo.
Un’altro obiettivo è il lavoro con il gruppo dei ragazzi, gruppo che attraverso l’esperienza di condivisione anche delle frustrazioni che ne conseguono favorisce la normale accettazione delle differenze che ogni incontro con l’altro comporta. Attraverso l’esperienza del gruppo il singolo può inoltre accedere alla sua rappresentazione gruppale interna che spesso negli adolescenti “a limite” sembra essere di difficile raggiungimento. Dunque il minore attraverso la “clinica del quotidiano” sperimenta relazioni affettive sane con l’adulto che riveste il ruolo di “io ausiliario”creando un’esperienza emozionale correttiva, ovvero co-costruendo un’esperienza affettiva e di relazione nuova attraverso una ricostruzione narrativa resa possibile dal processo “evolutivo” messo in scena dal “fare insieme” all’interno della quotidianità vissuta nel centro (laboratori, gruppi terapeutici, progettazione di eventi, soggiorni ecc ). In tal senso si va a costituire quel passaggio dal concreto al simbolico.
Obiettivo finale è quello di riattivare le risorse che naturalmente il ragazzo possiede al fine di promuovere il reinserimento sociale/scolastico, lavorativo e familiare. |
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